I MESSAGGI DI BUONA PASQUA DEL CARDINALE MENICHELLI E DEL PRESIDENTE BOSCIA

SANTA PASQUA 2020

Pubblichiamo qui di seguito (ed in allegato nella loro versione integrale) i messaggi pasquali del nostro Assistente Nazionale Card. Edoardo Menichelli e del nostro Presidente prof. Filippo Boscia con i migliori auguri da parte di tutta la Presidenza  Nazionale AMCI e uniti spiritualmente in preghiera con  Papa Francesco e tutti voi con le vostre famiglie, in questi momenti di paura e di sofferenza, confidando nel Cristo Risorto.

Un Cristo che non ci abbandona mai ma che anzi ci è ancora più vicino in questi tempi bui e difficili :

"Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam, et portae inferi non praevalebunt adversus eam. Et tibi dabo claves regni!"


MESSAGGIO DEL CARD. EDOARDO MENICHELLI

Cari amici dell’AMCI,
il 26 febbraio 2020 ci siamo presentati davanti al Sacerdote, con il capo scoperto e inchinato abbiamo ricevuto la cenere, segno della nostra debolezza e fragilità e anche memoria della nostra finitezza; segno anche di penitenza.
Il rito è una tradizione all’interno della vita della Chiesa Cattolica. Con esso si dà inizio alla quaresima, al tempo liturgico orientato alla Pasqua.
Parola chiave ed evangelica di questo rito è il deserto: luogo che nessuno di noi, se non per diletto turistico, ha mai sperimentato. Conseguenza di ciò è che il deserto, nel quale Gesù entra nel suo tempo penitenziale di confronto con satana, è diventato per noi parola senza senso, spiritualmente vuota e insignificante, anche se qualche maestro di spiritualità suggerisce di entrare nel deserto spirituale, usando un’espressione poetica “fare deserto”.
Eppure quest’anno siamo entrati veramente nel deserto. Ci hanno chiuso in casa perché incombeva e incombe ancora su di noi un nemico invisibile che contagia, infetta, fa soffrire e produce morte. Siamo entrati in casa, siamo stati obbligati a riconsiderare nel giro di pochi giorni tutta la verità e la drammaticità del deserto che, seppur non presente geograficamente nella nostra casa, ci fa sperimentare tutta la solitudine, l’impotenza e la paura.
All’improvviso ci è venuto a mancare tutto quello che abbiamo costruito come indispensabile: c’eravamo abituati alla libertà e ora siamo in casa; c’eravamo abituati a fare festa con gli altri e ora siamo obbligati a parlare con noi stessi; c’eravamo abituati ad avere tutto e subito e ora avvertiamo che il poco è veramente indispensabile; c’eravamo abituati a non vedere i figli per tutta la giornata e ora siamo obbligati a giocare con loro, a farli non pensare; c’eravamo abituati a
programmare, a scegliere divertimenti, vacanze, crociere, settimane bianche, ora tutto è impedito perché siamo nel deserto, anzi siamo stati condotti nel deserto.
Stiamo sperimentando la solitudine ma stiamo scoprendo anche di quanto bene abbiamo bisogno e di quante persone ci sono indispensabili. In questo deserto ha preso abitazione la paura e qualcuno di noi non ritrova più sé stesso, conosce la sua psicologia debole, poco educata fino a ieri alle scelte di volontà e al sacrificio. La paura ci sta facendo correre anche ai supermercati per paura che domani non si possa mangiare. Questo e tanto altro stiamo sperimentando e non sappiamo come riempire il tempo e nemmeno “le sciaperie televisive” ci distraggono. Per non pensare siamo caduti anche in una sorta di isteria collettiva che crediamo ci possa rendere vincitori solo perché ci affacciamo a un balcone fino a ieri chiuso per paura dell’altro.
Abbiamo anche ripreso a pregare quasi volendo “obbligare Dio” a esaudirci e liberarci, a toglierci da questo deserto. Siamo nel tempo in cui confliggono paura e fede, fede e paura.
Fede e paura non confliggono perché la preghiera diventa autentica quando essa ubbidisce alla parola di Dio che in Gesù ci dice “non abbiate paura”. E già, non abbiate paura, perché? Perché i profeti di sventura, in simili circostanze, sorgono come funghi, ma - grazie a Dio – scompaiono subito. Nessuno pensi che quanto ci sta capitando sia punizione di Dio: “non abbiate paura” perché Dio non punisce, piuttosto ama, educa, chiede collaborazione. La vera fede non ci fa guardare né credere a un Dio che punisce.
Credo che sia necessario una domanda: tutto questo perché? Se guardiamo la storia dell’umanità possiamo constatare che dopo la prova, la croce, la disgrazia viene sempre una alleanza nuova di bene, di speranza e di risurrezione. In questo tempo dobbiamo essere capaci di risvegliare il desiderio di Dio, delle cose buone, della parentela umana, della libertà come scelta di ogni cosa buona. Sì, dobbiamo scoprire il desiderio di Dio per offrire agli altri desideri di speranza. Il primo desiderio che sta davanti a noi è il sapere e il riscoprire che c’è la Pasqua, l’avvenimento che richiama e ci colloca dentro un duello tra la morte e la Risurrezione: la morte spaventa, la Risurrezione rallegra; la morte azzera la vita, la Risurrezione ridona la vita. Nella morte il germe della vita (cfr. Gv 12,24). Il duello umanamente irrisolvibile, si “compie” nella fede. Ci aiuta in questo Maria, la madre di Gesù, la donna del Sabato Santo, la quale soffre per la morte del Figlio ma, come le altre donne, non va al sepolcro perché sa che la morte del Figlio è parola “penultima”, l’ultima è suo Figlio Risorto.
Rimettere la Pasqua nella trama dei nostri giorni umani per uscire dal deserto, per liberarci dagli ingolfamenti che ci siamo fabbricati e per ritrovare la strada della verità, la forza della speranza, l’obbligo dell’amore.
La paura ci ha tolto il tempio di pietra, dobbiamo recuperare il tempio spirituale che Gesù suggerì alla donna inquieta di Samaria la quale, turbata e appesantita dai suoi godimenti di vita, fu invitata ad entrare nel tempio dello Spirito per una adorazione di Dio nella Verità: la donna riscoprì sé stessa e il Salvatore.
La Pasqua, celebrata da Cristo è avvenimento indispensabile per la storia e chiede di essere assunto come modello della nostra vita per dare compimento alla stessa.
Mi piacerebbe insieme a voi dare un senso a questa stagione rifacendomi a un’espressione alla quale siamo stati abituati da piccoli. Ci si diceva: “mi raccomando fai Pasqua”. Senza minimamente intaccare ciò che i nostri educatori ci volevano dire con quella espressione (confessarsi e comunicarsi) penso che in questa stagione che viviamo quel suggerimento possa essere tradotto da tutti con un rendersi conto che siamo obbligati a farci parte di una storia che sperimenta la croce, è intimidita dalla paura ma deve farsi carico di una solidarietà e di una compagnia di fratelli, e a costruire una speranza, la stessa che la Pasqua di Cristo contiene.


+ Card. Edoardo Menichelli, Assistente Nazionale AMCI


 

MESSAGGIO DEL PRESIDENTE FILIPPO BOSCIA

Carissimi Amici,
desidero dar seguito ad un mio precedente messaggio sulla “Quaresima al tempo del coronavirus”. In realtà questa non è una Quaresima qualsiasi che possiamo ritenere identica alle precedenti.
E’ un doloroso itinerario nel quale siamo proiettati in situazione di vulnerabilità totale, all’improvviso condotti a riflettere criticamente e sistematicamente sulla nostra vita, sull’organizzazione sanitaria, ma anche sulla struttura sociale ed economica del nostro Paese.
Stiamo vivendo altresì una ulteriore crisi di relazione intra-familiare ed extra-familiare, epicrisi di tutte quelle scelte da noi fatte in passato nel tentativo, non proprio riuscito, di migliorare la vulnerabilità intrinseca e la dignità della persona.
Riconosciamo che molte delle grandi scelte sociali non sono state tutte eticamente sensibili! Di fatto ci hanno proiettato nel tunnel dell’attuale vulnerabilità della quale siamo innanzitutto artefici, ma anche per conseguenza vittime.
L’emergenza da coronavirus ci ha trovati impreparati e ci ha trasmesso incertezze, timori, paure e tanto altro di negativo, ossia sofferenze, dolori e lutti.
Torno a scrivervi per incoraggiarvi a percorrere questo drammatico itinerario contemporaneo, consapevoli che per noi cattolici, questo percorso quaresimale è al tempo stesso battesimale e penitenziale e mi auguro ci faccia giungere il più serenamente possibile alla Pasqua, nella quale la Chiesa universale rinnova l’alleanza con il Signore Crocifisso e Risorto.
Siamo avviati in un cammino di conversione che va dalle “ceneri ricevute sul capo” alla “lavanda dei piedi” nella messa in Cena Domini.
Cerchiamo di colmare la nostra solitudine e disponiamoci ad intravedere luci di speranza, aiutati dal sapiente messaggio che il nostro Cardinale Edoardo Menichelli, assistente ecclesiastico nazionale, mi ha inviato per trasmetterlo a tutti voi.
Desidero ringraziarlo con tutto il cuore perché ci spinge ad essere pro-vocati, ma anche tras-figurati per costruire nella nostra associazione rinnovati itinerari per una chiesa rinnovata, come la desidera il Signore.


Roma, 30.3.2020


prof. Filippo M. Boscia - Presidente Nazionale AMCI

CITTA' DEL VATICANO : " Decreto della Penitenzieria Apostolica circa la concessione di speciali Indulgenze ai fedeli nell’attuale situazione di pandemia! " con la relativa NOTA

PUBBLICHIAMO IL TESTO COMPLETO DEL DECRETO DELLA PENITENZIERIA APOSTOLICA ED ALLEGHIAMO IL DOCUMENTO UFFICIALE  CON LA RELATIVA NOTA E SCARICABILI DAL SITO E PER IL QUALE L'AMCI DEVOTAMENTE  RINGRAZIA IL SANTO PADRE.


Decreto della Penitenzieria Apostolica circa la concessione di speciali Indulgenze ai fedeli nell’attuale situazione di pandemia, 20.03.2020

 

 

 

PENITENZIERIA APOSTOLICA

DECRETO

Si concede il dono di speciali Indulgenze ai fedeli affetti dal morbo Covid-19, comunemente detto Coronavirus, nonché agli operatori sanitari, ai familiari e a tutti coloro che a qualsivoglia titolo, anche con la preghiera, si prendono cura di essi.

«Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera» (Rm 12,12). Le parole scritte da San Paolo alla Chiesa di Roma risuonano lungo l’intera storia della Chiesa e orientano il giudizio dei fedeli di fronte ad ogni sofferenza, malattia e calamità.

Il momento presente in cui versa l’intera umanità, minacciata da un morbo invisibile e insidioso, che ormai da tempo è entrato prepotentemente a far parte della vita di tutti, è scandito giorno dopo giorno da angosciose paure, nuove incertezze e soprattutto diffusa sofferenza fisica e morale.

La Chiesa, sull’esempio del suo Divino Maestro, ha avuto da sempre a cuore l’assistenza agli infermi. Come indicato da San Giovanni Paolo II, il valore della sofferenza umana è duplice: «È soprannaturale, perché si radica nel mistero divino della redenzione del mondo, ed è, altresì, profondamente umano, perché in esso l’uomo ritrova se stesso, la propria umanità, la propria dignità, la propria missione» (Lett. Ap. Salvifici doloris, 31).

Anche Papa Francesco, in questi ultimi giorni, ha manifestato la sua paterna vicinanza e ha rinnovato l’invito a pregare incessantemente per gli ammalati di Coronavirus.

Affinché tutti coloro che soffrono a causa del Covid-19, proprio nel mistero di questo patire possano riscoprire «la stessa sofferenza redentrice di Cristo» (ibid., 30), questa Penitenzieria Apostolica, ex auctoritate Summi Pontificis, confidando nella parola di Cristo Signore e considerando con spirito di fede l’epidemia attualmente in corso, da vivere in chiave di conversione personale, concede il dono delle Indulgenze a tenore del seguente dispositivo.

Si concede l’Indulgenza plenaria ai fedeli affetti da Coronavirus, sottoposti a regime di quarantena per disposizione dell’autorità sanitaria negli ospedali o nelle proprie abitazioni se, con l’animo distaccato da qualsiasi peccato, si uniranno spiritualmente attraverso i mezzi di comunicazione alla celebrazione della Santa Messa, alla recita del Santo Rosario, alla pia pratica della Via Crucis o ad altre forme di devozione, o se almeno reciteranno il Credo, il Padre Nostro e una pia invocazione alla Beata Vergine Maria, offrendo questa prova in spirito di fede in Dio e di carità verso i fratelli, con la volontà di adempiere le solite condizioni (confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre), non appena sarà loro possibile.

Gli operatori sanitari, i familiari e quanti, sull’esempio del Buon Samaritano, esponendosi al rischio di contagio, assistono i malati di Coronavirus secondo le parole del divino Redentore: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13), otterranno il medesimo dono dell’Indulgenza plenaria alle stesse condizioni.

Questa Penitenzieria Apostolica, inoltre, concede volentieri alle medesime condizioni l’Indulgenza plenaria in occasione dell’attuale epidemia mondiale, anche a quei fedeli che offrano la visita al Santissimo Sacramento, o l’adorazione eucaristica, o la lettura delle Sacre Scritture per almeno mezz’ora, o la recita del Santo Rosario, o il pio esercizio della Via Crucis, o la recita della Coroncina della Divina Misericordia, per implorare da Dio Onnipotente la cessazione dell’epidemia, il sollievo per coloro che ne sono afflitti e la salvezza eterna di quanti il Signore ha chiamato a sé.

La Chiesa prega per chi si trovasse nell’impossibilità di ricevere il sacramento dell’Unzione degli infermi e del Viatico, affidando alla Misericordia divina tutti e ciascuno in forza della comunione dei santi e concede al fedele l’Indulgenza plenaria in punto di morte, purché sia debitamente disposto e abbia recitato abitualmente durante la vita qualche preghiera (in questo caso la Chiesa supplisce alle tre solite condizioni richieste). Per il conseguimento di tale indulgenza è raccomandabile l’uso del crocifisso o della croce (cf. Enchiridion indulgentiarum, n.12).

La Beata sempre Vergine Maria, Madre di Dio e della Chiesa, Salute degli infermi e Aiuto dei cristiani, Avvocata nostra, voglia soccorrere l’umanità sofferente, respingendo da noi il male di questa pandemia e ottenendoci ogni bene necessario alla nostra salvezza e santificazione.

Il presente Decreto è valido nonostante qualunque disposizione contraria.

Dato in Roma, dalla sede della Penitenzieria Apostolica, il 19 marzo 2020.

Mauro Card. Piacenza

Penitenziere Maggiore

Krzysztof Nykiel

Reggente

[00378-IT.01] [Testo originale: Italiano]

COMUNICATO STAMPA AMCI /FEAMC

Nella cogente preoccupazione di queste ore difficili i Medici Cattolici aderenti all’AMCI e tutti i Medici delle Associazioni Nazionali aderenti alla Federazione Europea, desiderano stringersi intorno a Papa Francesco, Pastore universale, e a tutti i Vescovi e insieme a loro volgere un particolare, competente e misericordioso sguardo alla sofferenza e al religioso accompagnamento spirituale delle fragilità.

La necessità di ottemperare ai piani di prevenzione antivirale e gli eventi di assistenza, in precisa risposta a questa emergenza, hanno offuscato i linguaggi, i simboli, i messaggi e i paradigmi della vita. Ma noi Medici Cattolici desideriamo sottolineare la nostra disponibilità ad ogni intervento, la nostra vicinanza ai pazienti, agli uomini, alle donne e ai bambini, che sono soggetti storici viventi nel tempo e nello spazio e giammai oggetti di cura.

L’AMCI e la FEAMC desiderano ringraziare le Istituzioni nazionali, sovranazionali e le Autorità tutte, ma soprattutto rivolgere il proprio grato apprezzamento a tutti i medici, agli infermieri e agli operatori sanitari tutti che, nel drammatico frangente della pandemia da coronavirus, stanno ri-sottolineando l’etica ippocratica, riscoprendo vocazione, vicinanza, sollecitudine al letto del malato e riscoprendo che la questione non è solo etica e deontologica, ma trova anche ancoraggio e sostegno nella fede religiosa.

Di fatto gli operatori sanitari tutti, riscoprendo l’ethos ippocratico e animando con competenza la ricerca scientifica, la sperimentazione e l’assistenza, hanno l’esigenza di difendere da ogni strumentalizzazione ideologica le importanti fasi della loro operatività.

Intensamente impegnati nell’assistenza e nella prevenzione, tutti non dimenticano mai di illuminare questo buio momento con la luce dell’amore, rafforzando la loro precipua identità in difesa della vita.

Operatori sanitari, medici, infermieri, universitari, ospedalieri, territoriali, di famiglia, specialisti e non, di fatto in ogni momento mostrano che il loro DNA è integralmente fuso con gli elementi valoriali contenuti nella loro tradizione culturale, che da sempre impronta l’esercizio della professione alla esclusiva tutela e difesa della vita umana e dell’ambiente, così come disposto dall’insegnamento del Medico dell’isola di Coo (Kos).

Ogni prospettiva ideologica, posta a disposizione della difesa intransigente della vita e del recupero della salute di ciascuna persona ammalata, appare inconciliabile in netta divergenza rispetto a ventilate ipotesi di selezione di pazienti destinati a terapie rianimatorie, da taluni prospettate in relazione alla limitata disponibilità di posti letto e di conseguenti attrezzature. Noi auspichiamo che mai venga a ricorrere la necessità di dover selezionare chi curare e chi no, pur comprendendone la concreta possibilità in mancanza di devices respiratori e di eventi catastrofali straordinari.

Tutti, proprio tutti, sono proiettati nell’intransigente difesa della vita volta al recupero della salute di ciascuna persona malata.

I Medici Cattolici e gli altri Operatori Sanitari che professano la fede cattolica, sulla base di patrimonio culturale intangibile, nonché di principi evangelici, respingono con assoluto vigore la sopra prospettata eventualità predeterminata di discriminazione, selezione o scelte di pazienti in carenza di posti letto.

Intendono ribadire la loro indefessa volontà di garantire a tutti i pazienti le necessarie cure anche a costo di intensificare ulteriormente i già intensi sacrifici, moltiplicando i propri sforzi.

L’AMCI e la FEAMC confermano, altresì, la propria iniziativa diretta a diffondere, nell’ambito delle professioni sanitarie, il profilo vocazionale che appare costituire il pilastro ed il fondamento di una condotta professionale concretamente indirizzata a prestare un servizio agli uomini, proprio nelle vicende che ne manifestano la fragilità.   

Non possiamo non apprezzare i tanti gesti di umanità che i medici stanno compiendo in questo momento. Tra questi ci ha molto commosso la testimonianza della collega Cortellaro, primario del P.S. all’Ospedale “San Carlo Borromeo” di Milano, che ha consentito, attraverso il suo telefono in videochiamata, a più pazienti Covid-19, di rivolgere il pietoso ultimo saluto a congiunti, purtroppo distanti per disposte ragioni di sicurezza. Brava! Con commovente sollecitudine è riuscita ad umanizzare la morte.

Forse assieme a tecnologie avanzate, qualche mini iPad, abilitato alla videochiamata, potrebbe essere utile dotazione al letto del malato per favorire l’umanizzazione della sofferenza e del morire.

I medici nelle contingenti emergenze, desiderano continuare a “metterci la faccia!” Attraverso il loro volto potrà esprimersi la naturalezza e la profondità dei propri sentimenti.

Riconosciamo a tutti medici il merito di aver recuperato in cosi aspre circostanze quell’integrità valoriale che ha sempre fatto parte della loro missione e che oggi, pur nella loro fragilità, consente loro di affrontare al meglio le frontiere delle disuguaglianze e di essere attori di una rinnovata giustizia sociale, mai dimentica del rispetto a tutti dovuto.

 

     Filippo M. Boscia                                                                 Vincenzo Defilippis

      Presidente AMCI                                                                 Presidente FEAMC

 

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DON ROBERTO COLOMBO : La forza della scienza e la forza della fede ! e "La virtù ed il Covid19"

La forza della scienza e la forza della fede

di Roberto Colombo

docente alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore  di Milano e membro della Pontificia Accademia per la Vita.

 La malattia che si sta diffondendo nel nostro Paese e in altre parti del mondo è indicata dall’Organizzazione mondiale della sanità con l’acronimo Covid-19 (“malattia da coronavirus 2019”). Chi la provoca è un agente patogeno esterno all’uomo e appartenente alla famiglia dei coronavirus. Entrando in contatto con il nostro corpo, questo virus lo infetta e può indurre disturbi lievi o gravi, le cui conseguenze possono portare, in alcuni casi, anche alla morte. La realtà – lo sappiamo – è questa.

La causa di questa malattia non è un mistero, ma essa interpella il mistero della nostra vita: la sua origine e il suo destino, che non dipendono ultimamente da noi, ma sono nelle mani di un Altro. Anche questa è la realtà: oltre la fisicità della malattia, la sua meta-fisicità. La malattia, come la nascita, la salute e la morte, ha una propria trascendenza. È religiosa la malattia, perché potentemente provoca (secondo l’etimo, “chiama fuori”, mette allo scoperto) il senso religioso dell’uomo: le domande più radicali, ineludibili della vita, si infiammano quando ne sentiamo e temiamo la precarietà. Per questo, la malattia che colpisce un uomo o una donna (e, ancor più, la malattia che è comune a molti e può essere di tutti: l’epidemia) chiede di essere affrontata religiosamente. Da credenti e da non credenti. Di fronte al dolore nella carne umana, non si può sfuggire dalla grande domanda che noi stessi siamo: «Factus eram ipse mihi magna quaestio» (“sono diventato un grande mistero per me”, Sant’Agostino, Confessioni IV, 4, 9). Nessuna urgenza o emergenza può mettere tra parentesi questa evidenza originale che non ci abbandona – anzi, ci incalza ancor più – quando davanti ai nostri occhi si palesa e c’impaura la malattia, la sofferenza e la morte.

Il nuovo coronavirus è noto agli scienziati da pochi mesi e anche gli effetti della sua infezione – il quadro clinico della Covid-19 – i medici li stanno conoscendo mentre è ancora in corso l’epidemia. Ma la scoperta della natura microscopica degli agenti infettivi e il loro rapporto con la comparsa delle malattie contagiose attraverso l’ambiente di vita è stata possibile grazie alle ricerche scientifiche compiute circa 150 anni fa da Louis Pasteur. Monsieur Pasteur fu un grande cattolico, di fede robusta, e un grande scienziato francese, di intelligenza lucida. «Un peu de science éloigne de Dieu, beaucoup de science y ramène» (“Poca scienza allontana da Dio, molta scienza riconduce a lui”), era la sintesi della sua esperienza del rapporto tra scienza e fede.

La “fede nella scienza” – che tanto caratterizza l’uomo dei nostri giorni – arriva ad oscurare la dimensione trascendente della vita quando ci fermiamo alle briciole del sapere sulla natura vivente, sulla salute e sulla malattia, quando restiamo alla superficie della vita. Dischiude invece la “scienza della fede”, la prospettiva di Dio, creatore e amante della vita, se ci addentriamo in una conoscenza più profonda della realtà della vita, in tutte le sue dimensioni e secondo tutti i suoi fattori costitutivi. Dimensioni e fattori che non escludono, ma postulano la Presenza provvidente, quella del Mistero buono che tutto ha creato, tutto sostiene e tutto, ultimamente, conduce al bene. Anche il male della malattia, della sofferenza e della morte non è un “male assoluto”, in cui Dio è assente. Se Dio è Dio, «tutto in tutti» (1 Cor 15, 28), anche qui è presente e provvidente. La fede mette le ali della speranza buona alla scienza, gettando lo sguardo oltre gli ostacoli quotidiani, e la scienza consente alla fede di camminare sulla terra senza inciampare negli scogli, cadere e farci del male nelle difficoltà di ogni giorno.

Quando passiamo dalla conoscenza della realtà della vita fisiologica e patologica ad affrontare le questioni pratiche della salute e della malattia, di come promuovere la prima e difenderci dalla seconda – in modo particolare quando un’epidemia minaccia le nostre comunità, il nostro Paese e il mondo – la tentazione di rompere il filo della ragione e del realismo che unisce la scienza e la fede si fa più incalzante. Ed è qui che occorre riscoprire la forza della scienza e annunciare la forza della fede.

Queste due forze asimmetriche hanno il loro centro di gravità in Dio. Egli ha creato la realtà fisica e spirituale dell’uomo, lo ha dotato dell’intelligenza e dell’amore di tutte e due le dimensioni della realtà attraverso l’esercizio della ragione e dell’affezione, e lo ha redento, strappandolo dal potere del male e della morte. Per questo, scienza e fede non si escludono e non si oppongono, né teoricamente né praticamente: si compongono, si “pongono insieme” al servizio dell’uomo e della società, della vita ecclesiale e di quella politica, dei credenti e dei non credenti.

La frattura dell’unità di scienza e fede porta ad isolare la scienza dalla fede e la fede dalla scienza, e talvolta anche ad elidere una o l’altra. Nel primo caso, anche il credente arriva, sotto la pressione emotiva e sociale di un’emergenza come quella dell’epidemia virale, a riporre la fiducia e la speranza di una via d’uscita, di un punto di fuga, esclusivamente nelle capacità scientifiche, cliniche, tecnologiche e organizzative messe in campo dall’uomo per fronteggiarla. Lo spazio della preghiera e dell’affidamento a Dio, e il riconoscimento della sua azione provvidente nella vita personale, familiare e sociale si rimpicciolisce sempre di più fino a passare in secondo piano, quasi dissolvendosi. Non si nega l’esistenza di Dio, ma è come se non ci fosse e tutto dipendesse da noi. Basta seguire le indicazioni fornite dalle autorità competenti e la coscienza s’acquieta.

Nell’altro caso, quando viene censurata la scienza in nome di una pretesa “purezza” e “durezza” della fede, ci si rifugia esclusivamente nella preghiera e si invoca la Provvidenza incuranti della necessità di offrire noi ad essa le opportunità di manifestarsi dentro alle pieghe della vita individuale, ecclesiale e sociale. Ci dimentichiamo di mettere nelle mani di Dio la nostra libertà impegnata, le nostre responsabilità civili, il nostro ingegno e la creatività di cui siamo capaci, e le iniziative di solidarietà e collaborazione per fronteggiare attivamente il pericolo rappresentato dal diffondersi dell’epidemia in corso. Non si nega la realtà del contagio virale, ma è come se tutto dipendesse solo da un Altro, che fa tutto da solo e non ci chiama a collaborare con Lui per contrastare efficacemente questo male. Anche le misure di contenimento proporzionate al rischio incombente, proposte da chi ne ha titolo ecclesiale, appaiono così inaccettabili o meramente asservite alle richieste dell’autorità civile.

Di fronte alla malattia, anche quella inguaribile e mortale, la Chiesa – fedele all’azione e alle parole di Gesù (cfr. i racconti delle guarigioni miracolose nei Vangeli) – ha sempre tenuto unita la cura della salute con la domanda di salvezza. Quando ha incontrato Gesù, il paralitico cercava di risanarsi facendosi immergere nella piscina di Betzaetà (Gv 5, 2‒9). L’emorroissa che tocca il mantello di Gesù si era messa in cura da molti medici (Mc 5, 25‒29; Lc 8, 43‒44), pur senza guarire. Domandando a Dio che allontani la malattia da noi e da tutto il popolo mentre, al contempo, ci diamo da fare per evitare il nostro contagio e quello degli altri, offriamo al Signore l’occasione di fare un miracolo, secondo il suo beneplacito: al di là delle nostre forze e di quella della scienza, ma non senza metterle a sua disposizione, perché è Lui che ci ha donato questi talenti perché li facciamo fruttificare (cfr. Mt 25. 14‒30). Riecheggiando una felice espressione dell’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, la situazione in cui ci troviamo è occasione non solo per noi, ma per il manifestarsi del braccio di Dio nella nostra vita e in quella del mondo.

Preghiamo e aiutiamo i nostri fedeli a pregare e a operare, perché il Signore misericordioso consoli chi è nella sofferenza per sé, i propri cari e gli amici; sostenga lo sforzo degli scienziati, dei medici, degli infermieri e di coloro che si prodigano per l’assistenza dei cittadini; e doni saggezza e coraggio ai governanti nel momento delle decisioni più difficili. Come i profeti al tempo dell’esilio di Israele, nel nostro esilio dalle attività e dalle relazioni pubbliche a diretto contatto, teniamo vivace la speranza nel popolo di Dio e domandiamo che ci doni di vedere allontanarsi dal nostro Paese e dal mondo questa epidemia con l’invocazione della Liturgia delle ore: «Signore, vieni presto in mio aiuto».