"NESSUNA SELEZIONE DEI PAZIENTI" : INTERVISTA DI FAMIGLIA CRISTIANA AL PRESIDENTE FILIPPO BOSCIA + NOTA CONGIUNTA AMCI E CENTRO LIVATINO

«Nessuna "selezione" dei pazienti, solo ora ci accorgiamo dell'eroismo dei medici?»

FAMIGLIA CRISTIANA del 12/03/2020

Il presidente dei medici cattolici italiani Filippo Boscia: «Il momento è drammatico ma il sistema sanitario può reggere. Il nostro codice deontologico vieta di selezionare i pazienti, vanno curati tutti, nessun mio collega favorisce i giovani sugli anziani». E lancia una stoccata: «Adesso applaudiamo medici e infermieri come degli eroi. Ma fino a ieri? Aggressioni nei Pronto Soccorso, violenze, intimidazioni»

«Nessun medico, anche in questo momento drammatico con l’emergenza Coronavirus, ha mai scelto di privilegiare un paziente giovane che ha bisogno della Terapia intensiva rispetto a uno anziano o ammalato. Sono scelte estreme, da tempi di guerra, ma non siamo a questo punto anche se la situazione, soprattutto in alcune regioni del Nord, è molto molto critica». Filippo Maria Boscia, 74 anni, è presidente dell’Associazione medici cattolici italiani da 8 anni, nonché direttore del Dipartimento per la salute della donna e la tutela del nascituro dell’Azienda Sanitaria di Bari dove per 23 anni «ho vissuto», racconta, «il confine tra la vita e la morte in un reparto di ostetricia “a rischio” di III livello con annessa rianimazione neonatale».

Boscia contesta radicalmente il documento firmato nei giorni scorsi dai medici della Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva (Siaarti) nel quale hanno scritto che “può rendersi necessario porre un limite di età all'ingresso in terapia intensiva. Non si tratta di compiere scelte meramente di valore, ma di riservare risorse che potrebbero essere scarsissime a chi ha in primis più probabilità di sopravvivenza e secondariamente a chi può avere più anni di vita salvata, in un'ottica di massimizzazione dei benefici per il maggior numero di persone”. «Non scherziamo», dice Boscia, «il nostro Codice deontologico parla chiaro. I pazienti vanno curati tutti, senza gerarchie o selezione».

Però non può negare che siamo in una situazione molto particolare.

«Certamente ma abbiamo avuto emergenze simili anche in passato con altre epidemie, a cominciare dall’influenza asiatica. Il nostro Codice deontologico raccomanda chiaramente di prestare assistenza al paziente con prognosi infausta o con definitiva compromissione dello stato di coscienza. Questo fa parte dei doveri del medico nei confronti dei soggetti fragili. Su queste basi, ribadite anche dalla Federazione nazionale degli ordini dei medici, non è possibile fare nessuna discriminazione e quindi il problema che pone la Siaarti di fare una selezione non è assolutamente possibile, è eticamente insostenibile e non sarà fatto da nessun medico».

Alcuni suoi colleghi impegnati in prima linea sostengono che purtroppo c’è il rischio di ritrovarsi a fare scelte drammatiche.

«Capisco ma ragioniamo. Teniamo conto che c’è una sanità militare che può essere messa a disposizione, ci sono le cliniche della sanità privata, ci sono strutture temporanee come gli ospedali da campo. Nei mesi scorsi qui a Bari ne abbiamo allestito uno alla Fiera del Levante per fare un’esercitazione. L’emergenza Covid-19 non c’entra, era una sorta di preparazione a eventi particolarmente gravosi come questo. È vero che gli ospedali e i reparti di Terapia intensiva sono in emergenza ma con gli altri canali è possibile affrontare, anche temporalmente, la situazione».

Quindi nessun medico rimanda indietro nessun paziente.

«No. Parlavo con i miei rianimatori che erano piuttosto sgomenti da certe polemiche di questi giorni. Mi dicevano: “ma quando mai abbiamo rimandato indietro i pazienti, anche nelle condizioni più estreme”. È chiaro che bisogna agire nel rispetto di una rigorosa verifica di perizia e diligenza. L’azione medica riguarda tante cose e si mette in atto con il principio di gradualità. Per esempio, non tutti gli ammalati ricoverati in rianimazione hanno bisogno di essere intubati ma devono essere tenuti in regime di ossigenazione migliore rispetto agli altri. L’intubazione è riservata solo a quei pazienti che hanno bisogno della terapia intensiva. In Italia, questo va detto, abbiamo una cattiva abitudine culturale di portare in ospedale persone in fin di vita perché oggi si tende sempre di più a ospedalizzare la morte, perché un morente in casa forse è considerato un impiccio o una responsabilità gravosa per i familiari. Spesso i reparti di Rianimazione sono pieni di pazienti che non sono candidati ad essere intubati, ma che nel momento in cui arrivano in ospedale vengono intubati attesi i tanti problemi legati alla responsabilità del medico e forse anche per medicina difensiva. Se la sofferenza venisse “familiarizzata” di più nel proprio domicilio, i reparti di Rianimazione e Terapia intensiva sarebbero meno sotto stress».

Al Sud com’è la situazione?

«Più complicata perché in molte regioni, dalla Puglia alla Calabria, la sanità è reduce da pesanti piani di rientro. Ad esempio, nell’ospedale Di Venere a Bari ci sono 15 sale operatorie dotate di respiratori e che, in caso estremo, potrebbero essere utilizzati. In questo momento ci stiamo spingendo a preparare un’organizzazione prudente nell’ottica di una catastrofe, solo per mera ipotesi, che condividiamo a pieno perché è bene attivare ogni possibile accortezza: la prudenza non è mai troppa. Però quest’emergenza porta a galla molte altre cose che non vanno e che sicuramente andranno discusse al termine di questa situazione drammatica».

Quali?

«In questo momento va sostenuta la resilienza dei medici che sono in prima linea. Adesso tutti li considerano, giustamente, degli eroi. E prima? In situazioni normali? Abbiamo vissuto situazioni di aggressione e violenza nei loro confronti, in particolare verso i colleghi che operano del Pronto soccorso. I medici, tutti, da Nord a Sud, lavorano con abnegazione e senso di responsabilità sempre, non solo in questa circostanza. È bene ricordarlo. Però ai miei colleghi e a tutti i cittadini attivamente impegnati nella prevenzione lancio anche un appello».

Per cosa?

«Vedo che sono in molti a rendersi protagonisti di dichiarazioni o esternazioni o messaggi allarmistici, che poi sui social diventano virali e spesso ingenerano ansia e preoccupazione. Evitiamo questi messaggi e comunicazioni ad alto contenuto emotivo, limitiamo i protagonismi perché creano infinita ansia e terrore tra le persone e vanno ad indebolire le positive risorse interiori dei medici e degli operatori sanitari tutti e di quanti altri sono impegnati sul campo. Oggi più che mai tutti gli operatori sanitari hanno bisogno di lavorare in assoluta serenità per non essere travolti dal clima di emergenza che andrebbe ad aggiungersi alla sindrome di burnout, di esaurimento emotivo, che psicologicamente può schiacciarli».

 


 

 

Centro studi Rosario Livatino

 

AMCI-Associazione Medici Cattolici Italiani

 

Emergenza Covid19 e risorse disponibili

 

Deontologia medica - perplessità sulle Raccomandazioni SIAARTI

 

 

L’emergenza Covid19 sta mettendo a dura prova il sistema sanitario, in particolare i reparti di terapia intensiva nelle Regioni finora maggiormente interessate dall’epidemia. Il 6 marzo SIAARTI-società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva ha pubblicato le Raccomandazioni di etica clinica per l’ammissione a trattamenti intensivi e per la loro sospensione, in condizioni eccezionali
di squilibrio tra necessità e risorse disponibili, che parte dalla constatazione dell’“enorme squilibrio tra le necessità cliniche reali della popolazione e la disponibilità effettiva di risorse intensive” (http://www.siaarti.it/SiteAssets/News/COVID19 - documenti SIAARTI/SIAARTI - Covid19 - Raccomandazioni di etica clinica.pdf).

 

Le Raccomandazioni SIAARTI stanno provocando non poche discussioni, e sono state seguite, il 7 marzo, da una nota del dott. Filippo Anelli, presidente della FNOMCEO-federazione degli Ordini dei medici, che richiama al rispetto del codice deontologico e alla eguale cura, senza discriminazioni, che ogni paziente merita dal medico (https://portale.fnomceo.it/anelli-fnomceo-su-documento-siaarti-nostra-guida-resta-il-codice-deontologico/).

 

Il Centro studi Rosario Livatino e l’Associazione Medici Cattolici Italiani premettono quanto segue:

 

  1. Oggi, ancora più di quanto non sia doveroso in una condizione ordinaria, è dovuto ai medici e a tutto il personale sanitario rispetto e sostegno per la loro dedizione e il loro impegno, soprattutto quando si svolge in reparti che espongono direttamente a gravi rischi per la salute, con turni che - al di là del pericolo di contagi - sono fonte di stress e richiamano a importanti responsabilità.

  2. Perché queste non siano parole vuote, rispetto e sostegno significa che tutti, pazienti e non, cessino di considerare il medico una controparte da chiamare in giudizio “in automatico”, a prescindere dalla rigorosa verifica della sua perizia e della sua diligenza, se non ottiene il risultato auspicato.

  3. Un simile atteggiamento, che si riflette sulla non infrequente propensione dell’autorità giudiziaria a far seguire a ogni denuncia l’avvio di un procedimento penale a carico del medico, è squilibrato in sé: lo è ancora di più in una fase di emergenza, che pone il medico di fronte a scelte drammatiche da assumere in tempi rapidi, con una inevitabile maggiore possibilità di errore.

  4. Un contesto del genere sembra essere alla base delle Raccomandazioni SIAARTI, se il documento afferma espressamente che esse hanno anche lo scopo “di sollevare i clinici da una parte della responsabilità nelle scelte, che possono essere emotivamente gravose”. La preoccupazione - in sé fondata - è che non si creano assurde attitudini di colpevolizzazione dei medici, che non si favorisca la presentazione di querele pretestuose, che si eviti di dar seguito a denunce infondate, che si articolino delle regole che permettano di affrontare con minore angoscia una eventuale chiamata in giudizio, in linea con la c.d. “medicina difensiva”.

 

Osservano che:

 

  1. Se la situazione è eccezionale, in quanto tale essa non può essere oggetto di regole di carattere generale e astratto, se pure nella forma delle “raccomandazioni”. Un documento che abbia caratteristiche generali è logicamente incompatibile con quello stato di emergenza che sfugge alle catalogazioni. Se i motivi dell’emanazione delle raccomandazioni sono comprensibili (tutelare i medici da ingiuste aggressioni), tuttavia esse presentano il rischio di togliere al medico il diritto-dovere di provvedere, nel caso concreto, alla scelta giusta, in quanto appropriata alla situazione clinica che egli si trova a fronteggiare.

  2. Riesce difficile definire la portata delle “raccomandazioni”: costituiscono un’appendice nuova al codice deontologico? potranno essere invocate come scriminante? che cosa accade per chi se ne discosti?

  3. In realtà, oltre a rappresentare il riflesso dei condizionamenti prima indicati, le “raccomandazioni” risentono non poco dei più recenti interventi normativi e giurisdizionali in tema di fine-vita. E’ sufficiente leggere il n. 5 di esse, che invita a considerare “con attenzione l’eventuale presenza di volontà precedentemente espresse dai pazienti attraverso eventuali DAT (disposizioni anticipate di trattamento)”. Come per le DAT, le raccomandazioni” patiscono il limite logico di indicazioni - con carattere più o meno vincolante - “ora per allora”: possono costituire un orizzonte di massima, non un principio cogente, proprio perché sono espresse in termini generali, prescindendo dalla concretezza del caso nel momento in cui si presenta con caratteristiche proprie, specifiche, non sempre previamente catalogabili. Ogni condotta deve essere sempre valutata con riferimento alle circostanze che l’hanno accompagnata, non a quelle future: fra le ricadute negative della legge n. 219/2017 e della sentenza della Corte costituzionale n. 242/2019, vi è la consacrazione normativa di una mentalità che mette fuori gioco determinate categorie di persone.

  4. Volendo essere ancora più espliciti, non stiamo parlando di impartire disposizioni nel caso di presenza contestuale di più pazienti: in tal caso ad impossibilia nemo tenetur, ed è chiaro che il medico dovrà fare valutazioni che tengano conto del quadro clinico complessivo, cioè, unitamente alle altre circostanze, anche dell’età del paziente, che incide sulle prospettive complessive di guarigione. Si tratta invece di evitare il preventivo abbandono in attesa di pazienti più meritevoli: se le “raccomandazioni” fossero intese in questa direzione, alla fine il giudizio etico diventerebbe superfluo, introducendo una sorta di automatismo, invece del necessario esame della situazione concreta che il medico ha davanti. Se arriva in reparto una persona che può essere curata e salvata, nessuna “raccomandazione” può dissuadere dal curarla sulla base della previsione che altri potrebbero avere bisogno a breve della terapia intensiva. Il criterio non può essere solo quello della priorità temporale: non possono esserci criteri diversi dalla appropriatezza clinica, considerata sotto l’aspetto della ragionevole speranza di guarigione. Ogni altro criterio apre le porte a una discrezionalità che sfocia nell’arbitrio sanitario.

  5. L’emergenza terminerà: con sforzo enorme, con sacrifici, in tempi oggi non prevedibili. Nessuno però può assicurare che “raccomandazioni” varate con le migliori intenzioni in un tempo eccezionale, domani non divengano i criteri ordinari, in linea con un orientamento affermatosi in non pochi Stati nel mondo, a fronte di risorse per la sanità sempre strutturalmente limitate. In altri termini, le “raccomandazioni” non devono offrire ai governo la strada per ridurre ulteriormente le risorse curative in favore della popolazione.

 

Per concludere. L’emergenza Covid19 può costituire occasione, più che per “raccomandazioni” che mostrano i limiti appena sintetizzati, di riflessioni:

  1. sul rispetto del ruolo del medico e del personale sanitario, da parte di tutti, autorità giudiziaria inclusa;

  1. sul rispetto della drammaticità della scelta del medico nel caso concreto;

  2. sui pericoli della “medicina difensiva”;

  3. sulla opportunità di ripensare le scelte che hanno determinato l’approvazione della legge sulle DAT e della sentenza della Consulta sul suicidio assistito;

  4. sul valore del codice deontologico medico, che oggi FNOMCEO opportunamente evoca a fronte delle Raccomandazioni SIAARTI, ma che appena un mese fa aveva subordinato all’acritico recepimento della sentenza 242/2019 della Corte costituzionale.

 

Roma, 10 marzo 2020

" IL MOSAICO DELLA FELICITA' " DI FILIPPO BOSCIA

“Il mosaico della felicità” oscilla tra l’anima scientifica di Dario Cianci e quella poetica di Santa Fizzarotti Selvaggi

di Filippo Boscia

 

Un libro particolare che unisce la leggerezza della poesia alla serietà della
scienza. Da un lato l’anima poetica di Santa, in continua oscillazione tra sogno e realtà, dall’altro l’anima
scientifica di Dario, intenta a non farci mancare alcuna preziosa nozione. Una proficua collaborazione
nata da un incontro, al tempo stesso fortuito e fortunato, della curatrice professoressa Santa Fizzarotti
Selvaggi con l’altro autore professore Dario Cianci, purtroppo scomparso. Possiamo tranquillamente
affermare che il connubio, senza dubbio insolito, è molto ben riuscito. Infatti dappertutto traspare il
notevole impegno profuso, sia dall’uno che dall’altra, per le citazioni dotte.
Nel volume «Il mosaico della felicità» ( Levante editori, Bari, 2019) la prosa di Santa è un percorso
difficile che transita dai tanti ricordi mitologici alle originali interpretazioni personali. A partire dalla
“materia vivente che si fa corpo e corporeità generata da elementi primordiali: l’acqua, l’aria, la terra e il
fuoco”. (32)

 

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MEDICINA E SANITA' : intervista di Fi. BOSCIA a Radio Vaticana + Relazione di A. Mantovano

Oggi a Roma medici laici e cattolici riflettono sulle sfide emerse dopo le recenti sentenze e normative che aprono all'eutanasia. Dagli operatori sanitari sale la richiesta di un rafforzamento del servizio sanitario pubblico
“Medicina e sanità ai confini della vita: il ruolo del medico”, è il tema del convegno organizzato oggi a Roma dall’Associazione medici cattolici italiani (Amci) e a cui partecipano anche i vertici della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo) tra cui il presidente prof, Filippo Anelli che arricchisce l’evento con il suo intervento dal titolo “Quando deontologia e etica si incontrano”.
Pubblichiamo qui di seguito l'intervista del prof. F Boscia alla Radio Vaticana ed, in allegato, la relazione di A. Mantovano, Magistrato e Vice Presidente Centro Studi Livatino


 Le aperture della giurisprudenza al suicidio assistito

La categoria dei camici bianchi vuole quindi aprire una grande riflessione con le sfide che si sono aperte dopo l’istituzione delle Dat (dichiarazioni anticipate di trattamento) e dopo la sentenza della Corte Costituzionale dello scorso settembre, sul caso Dj Fabo – Cappato,  che ha depenalizzato l’articolo 580 del codice penale sull’aiuto al suicidio, nei casi in cui persistono condizioni specifiche come la presenza di un male incurabile e la ferra volontà della persona di interrompere la propria esistenza.

Sul tappetto anche l’abbandono terapeutico, le cure palliative, il rapporto medico paziente, l’invecchiamento della popolazione e i livelli di assistenza del servizio sanitario pubblico. Riguardo alle tematiche sollevate dal convegno Vatican News ha intervisto il presidente di Amci, prof. Filippo Maria Boscia:

Ascolta l'intervista al prof. Boscia su Radio Vaticana: 

  https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2020-01/boscia-medici-cattolici-rischio-abbandono-terapeutico.html

 

La questione delle cure di fine vita in questo momento è diventata un’emergenza, poi c’è il problema del suicidio assistito e delle Dat, c'è inoltre da chiedersi quale medicina vogliamo e quali sono i rischi che stiamo correndo, ovvero i rischi del bio-capitalismo e ancora c’è la sfida delle cure palliative e degli Hospice.

 Questi temi che mettete a fuoco rientrano in quella società dello scarto che viene denunciata da Papa Francesco...

 Questa nostra società vive in un momento di povertà che non è solo economica ma è una povertà per mancanza di prossimità, soprattutto se ci riferiamo agli anziani soli che vivono problemi gravi di salute che si aggravano, oltretutto si aggravano anche per scelte politiche e sociali poco razionali. Nei giorni scorsi ho parlato di crisi e inquietudine, che non riguardano soltanto i fragili, i cronici, gli ammalati, gli inguaribili ma riguardano anche i medici che devono essere messi nelle condizioni di evitare gli abbandoni, di continuare a curare, a prendersi cura anche quando non si può guarire, anche quando loro non sono più in grado di garantire una guarigione perché la malattia sovrasta tutte le competenze mediche. Dunque in questo momento le questioni di cura, le questioni di formazione, le questioni di finanziamenti e le questioni gestionali rappresentano una vera emergenza

 I medici sono stati messi dinanzi a nuove sfide anche con la sentenza della Corte Costituzionale sul caso “DJ Fabo - Cappato” che apre al suicidio assistito, c’è quindi un problema deontologico?

Certo che c’è un problema deontologico, perché dobbiamo confrontarci con tante situazioni di crisi, abbiamo una crisi demografica, abbiamo l'invecchiamento della popolazione, abbiamo un problema relativo all’accoglienza dei migranti, abbiamo l'impatto dei nuovi poveri sulle nostre economie che si considerano avanzate, tutto questo praticamente impone una ridistribuzione delle risorse, che ci siano nuovi modelli di finanziamento e remunerazione delle prestazioni nei servizi sanitari, e impongono anche di creare degli incentivi più appropriati, incentivi che possono assicurare la migliore assistenza possibile a coloro che ne hanno maggiormente bisogno. Ovviamente c'è sofferenza massima proprio per quelle fasce di popolazione più svantaggiate che vivono il problema della solitudine e il problema della malattia in emarginazione.

 Quindi di fronte a queste sfide bisogna anche rilanciare il ruolo del medico, garantire l’obiezione di coscienza e fare in modo il medico accompagni il malato che anche quando non è guaribile?

 

Io dico che bisogna rafforzare quel prezioso equilibrio che è stato indebolito tra scienza e sapienza.  Perché attualmente ci si chiede quale sia il discrimine tra eutanasia e sospensione dei trattamenti, noi dobbiamo prendere atto che questo limite è veramente un velo e senza sapienza la scienza non giova a nulla per uomo.

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FILIPPO BOSCIA : Nonni in marcia verso la modernità

Nonni in marcia verso la modernità

 

di FILIPPO MARIA BOSCIA

 

 Carissimi amici, la nostra età, che per tutti avanza in modo inesorabile, ha un grande merito: da sempre accompagna la storia dell’umanità. La nostra età accompagna la nostra strada, una strada fatta di emozioni, di ricordi e di progetti di tenerezza e commozione, è fatta di poesia! E’ come uno splendido romanzo che piano piano si concretizza, illuminando tante splendide immagini che in tanti anni hanno seguito le più varie e complesse manifestazioni della nostra vita, dai momenti più antichi a quelli più recenti, dai momenti più faticosi ai momenti più festosi.

Potremmo dire che la nostra vita è fatta di tante immagini, di tante fotografie, che hanno un significato profondo perché scattate nell’ambiente che ci ha circondato e che nella contemporaneità ci circonda, ovunque,  nella scuola, nella società, ma soprattutto nella famiglia, ove si sono celebrati e ancor si celebrano tutti quegli splendidi riti di passaggio che condizionano tutte le fasi della nostra esistenza dal primo tenero vagito all’ultimo respiro: grandi ed emozionanti dinamiche esistenziali, percorsi comuni di crescita  nei quali si intersecano piacere e benessere, dolore e sofferenza.

In questi percorsi che sono percorsi di gioia, ma anche percorsi di fatica, di dolore o di inabilità, di sofferenza, di fragilità, le foto rappresentano le perle della nostra esistenza. Perle di una esistenza nella quale il ricordo dei luoghi dove abbiamo abitato da sempre si fa vivo e vitale. E’ là che  abbiamo allevato i nostri figli, è là che abbiamo intessuto  percorsi d’amore, formato le nostre famiglie con il nostro coniuge, con un compagno, con i nostri fratelli, con i nostri amici, con i nostri genitori, per quel lungo o breve periodo che ci sono stati accanto!

Le fotografie sono il fermo immagine di luoghi privilegiati, ricchi di ricordi, di fatica, di lavoro, di tutoraggio di giovani allievi e collaboratori e di tanto altro ancora.

Le fotografie ci insegnano tanto. Ci insegnano che occorre lasciare spazio alla cura dell’amore, sia nei momenti di gioia, sia in momenti di lacerante esperienza.
Quella grande invenzione che è stata la fotografia ci aiuta a ricordare tutte le nostre condizioni esistenziali, ma anche tutte quelle condizioni che hanno bisogno di ricercare un senso, di apprezzare un significato! Credo di poter affermare che la nostra memoria, per buona che sia, con gli anni si rivela un po’ fallace. L’oblio cestina molti ricordi!

Proprio partendo da questa ultima considerazione, io vorrei trasmettervi con affetto e con energia un messaggio: se vogliamo mantenerci umani occorre non perdere le radici e le radici non sono un corpo statico, ma una realtà dinamica che dà vita e reca frutti.

Attraverso la memoria avviene la consegna di storie, speranze, sogni ed esperienze da una generazione ad un’altra. Non c’è futuro senza il radicamento nella storia vissuta e questo è un elemento estremamente importante soprattutto nella società attuale che vede logorato il senso di appartenere ad una storia e anche ad un’identità, cosa, questo logoramento che mette a repentaglio lo stesso passaggio dei valori e della fede tra generazioni.

In questa inevitabile vicenda umana le fotografie ci fanno rivivere tanti momenti della nostra vita: guardando ogni immagine ed esplorando ogni piccolo particolare riusciamo sempre anche a riconoscere persone lontane e a rivivere emozioni: è il classico tuffo al cuore! E la nostra condizione esistenziale viene condotta a capire quale può essere il senso della nostra vita e, poiché la vita va avanti, dobbiamo cercare di individuare il miglior modo per vivere meglio quei complessi processi di trasformazioni del nostro corpo, della nostra psiche, del nostro modo di essere, del nostro modo di vestire, del nostro modo di accarezzare, di abbracciare, di fare comunità.

Le foto più  opacate, stropicciate e sbiadite dal tempo forse sono le più preziose perché ci consentono di prendere coscienza della nostra fragilità, del nostro essere al tempo in cui siamo e ci consentono di riconoscerci e gioire di quello spazio di vita che il tempo ci ha consentito di vivere in piena dignità umana.
Sia le foto più antiche che quelle più recenti sono sempre, anche se stropicciate, splendide immagini e ci insegnano tanto. Ci consentono anche di salutare le nostre belle mamme o i nostri austeri padri, ormai scomparsi, ma ci consentono anche di guardare, di rimirare e apprezzare il sorriso e gli sguardi dei nostri figli e dei nostri nipoti o pronipoti a noi contemporanei.

Cari amici quante volte ci sarà capitato di trovare fotografie, pizzini, appunti un po’ sgualciti e ingialliti dal tempo in una scatola di cartone, quella delle scarpe, o in un contenitore di latta un po’ arrugginito, quello della Colussi o delle gourmandise che avevano contenuto  biscotti o cioccolatini, o quelle più grandi Motta o Alemagna,  quelle dei panettoni, o delle torte profumate.

Le scatole di latta racchiudono tanto spesso, direi sempre, un tesoretto: sono cariche di meraviglie,  sanno di sorprese (che ci sarà dentro?), sanno di tenerezza. Sono quelle degli anni 40-50, che contengono tutto o niente, dalle cartoline postali, alle buste affrancate, a francobolli, ritagli di giornale, lettere, foto ecc.  Oggi chi scrive più lettere?

Allora come in una riunione di Natale o Pasqua, se c’è ancora famiglia, tutti intorno a curiosare, ad arrovellarci e sforzarci per dare un nome a volti conosciuti ma ormai dimenticati.

Questo lo conosco, questa me la ricordo… ma come si chiama?

Quest’ altro grassoccio sarà il nipote di Giovanni…non era sposato, che fine avrà fatto? Costruiva giocattoli di legno per bambini… Noi ne avevamo diversi  a casa… Ora li avranno distrutti… erano molto belli!

Ancora, quante volte ci siamo intrattenuti a rimirare come eravamo. Quante volte abbiamo fatto il commento… vedi come si è ridotto… era un bel giovane, ora è diventato un cofano… anche la moglie si è trasformata, da grande civetta che era… E la nonna…, era una bella donna, appariscente,  ma chissà ora quanti anni avrà… forse sarà morta?

Quante volte abbiamo ricordato le nostre piccole grandi vigilie tra cartellate, fave arrostite, panzerotti e tombolate? Sono tutti ricordi emozionanti dai quali viene l’invito, anzi direi quell’incoraggiamento da rivolgere, in special modo ai giovani, ma anche ai non più giovani, ma soprattutto ai più piccoli, agli uomini e alle donne di domani, di scattare, stampare e conservare tante foto in special modo quelle con i nonni! Occorre farne tante, anche troppe… per tener desti memorie e sentimenti, affetti e ricordi. Occorre riprogettare i luoghi del ricordo.

Su questo mio amarcord ho sentito tante persone. Per verità molti mi hanno censurato, loro con visioni più prospettiche e non più legate al passato mi hanno sottolineato di non voler riscoprire quegli  aspetti limitativi o peggiorativi delle precedenti condizioni di vita, che sicuramente in tanti abbiamo attraversato. In contrapposizione a costoro io riaffermo che proprio oggi quando non riusciamo a digerire i cambiamenti avvenuti, nel bene e nel male, proprio oggi ne abbiamo bisogno perché riducendosi in noi molte potenzialità fisiche, psichiche e motorie ne sentiamo la necessità. Credo che in tanti desideriamo ricercare straordinari momenti di pausa. Personalmente, vedendo le foto dei miei nonni, ho sempre trovato un costante arricchimento: in me si sono attivate ulteriori emozioni ed ho elaborato splendidi sentimenti di gioia. Ho visto tante foto, anche quelle scattate all’estremo limite della loro esistenza, ma mai, in questo pur triste momento, mi sono intristito. Non ho nemmeno fatto riflessioni sulla condizione di vecchiaia che ha da sempre accompagnato la nostra storia, che è quella dell’umanità, quella dei miei compagni, dei miei nonni, dei miei genitori, dei miei amici. Lo stimolo che ho avuto è stato quello di iniziare a riflettere sulla preziosità, non della vecchiaia ma della longevità, che è ben altra cosa  in un mondo che complessivamente invecchia. Si parla spesso e impropriamente di vecchiaia: io vi voglio prospettare il bene dell’essere longevi.

Ho trovato che la longevità è un fatto molto bello! Vedete: Personalmente in quelle foto sono riuscito a ritrovare il senso della serena longevità a riconoscere il frutto della intelligenza, del saper fare, del saper essere dell’umanità, della creatività. Rivedere le foto mi ha fatto molto bene!

In questo momento noi nonni siamo in una particolare fase della vita in cui le emozioni diventato diverse: a seconda dei nostri umori e delle nostre  visioni possono essere splendide oppure  deprimenti, ma sempre esprimono una dimensione esistenziale di grande valenza.

In realtà il tempo che passa modifica sì il nostro corpo, i nostri lineamenti, le nostre sembianze, il nostro rapporto con il mondo e con la storia, ma tutto questo, poco ci importa! In ogni caso le foto ci aiutano ad interpretare la nostra esistenza e ad individuare la stretta inter/dipendenza dai tanti aspetti e momenti della nostra vita. Non sto facendo tristi ragionamenti di corto respiro, ma vi sto dicendo che possiamo essere autori di una visione storica e al tempo stesso prospettica: vivificati da questa visione e purificandoci dagli scarti del nostro mondo, andiamo felicemente incontro a positivi cambiamenti e così non facciamo mai morire la speranza.

La visione di queste foto ci aiuta anche a rendere più facile la gestione di una vita complessa in ogni momento della nostra vita. C’è chi lo vede come processo sfavorevole di quel cambiamento, ad esempio le rughe, i capelli bianchi ecc. legato al progressivo trascorrere del tempo. Io non la vedo così. Interpreto l’epoca della vita che sto vivendo come la più privilegiata epoca della mia esistenza perchè riesce ad apportare al mio essere a volte inquieto, esperienza, saggezza e pacificazione.

Sì, la mia è una visione sempre positiva, nonostante in questo tempo molti si sentono soggiogati da idee ibride che comunque continuano a far tendenza in un mondo, tremendamente opacato e soffocato  da una visione economicistica della vita. L’economia di mercato ha fagocitato l’etica e l’ha anche digerita! Ed ha portato con sé un inquinamento sociale, un inquinamento e una distruzione di quel limpido fiume antropologico che eravamo abituati a rimirare.

Qualcuno si sentirà ingabbiato dall’angoscia e da situazioni di buio o dall’ansia o dal dolore o da altri sentimenti, ma ricordatevi amici che se noi riusciamo a tenere davanti a noi una porta costantemente aperta, anche se non spalancata, riusciremo a rivedere la luce. Basta uno spiraglio e la luce entra, anche solo da uno spiraglio.

La luce è in grado di penetrare nel buio più fitto delle nostre nostalgie e farsi largo, sicchè oggi voglio rivolgere a tutti voi il più affettuoso invito ad individuare ogni possibile punto  fisso di gioia e di serenità per continuare a vivere con persone a noi care, sperimentando che l’amore gratuitamente ricevuto viene restituito con più forte valenza! Quell’amore è capace di far scomparire qualsiasi dolore, trasformandolo in gioia, ma anche la solitudine, vero mastro della nostra età contemporanea.
In questo senso e con questo auspicio noi possiamo considerarci più fortunati di chi ci ha preceduto fino a poco più di un secolo fa. In quell’epoca per tornare indietro con la mente non avevano molto per ricordare:  Allora potevano solo far ricorso alla pittura che non sempre però era una fedele riproduzione della realtà vissuta: molte erano le riproduzioni della realtà, pochi gli stupendi quadri simili a quelli del Canaletto . Pensandoci bene allora era proprio insolito poter vivere dei ricordi, si moriva prima, non c’erano le fotografie, non c’erano immagini da essere riprodotte, esisteva solo il racconto. Ogni rito di passaggio non poteva essere immortalato nelle foto per essere poi alla portata di tutti: chi poteva permettersele?

Oggi la fotografia è esplosa, forse è anche diventata virale, comunque è un fenomeno di massa. Lo scatto decisivo è iniziato e va verso l’innovazione tecnologica, registrandosi una maggiore tendenza verso il cliccare e il navigare. Ora attraverso sofisticatissimi smartphone abbiamo fatto un salto significativo: siamo passati da gruppi di famiglia rigorosamente in posa per occasioni speciali come matrimoni, battesimi e comunioni, alla libertà di tante istantanee, tanti selfie in grado di fermare attimi fuggenti, incontri, strette di mano, sorrisi, pianti,  baci. Siamo spinti inesorabilmente con la fotografia ad immortalare la vita per quella che è con le sue gioie e le sue tristezze. Fissiamo l’istante, anche se poi è brutale o agghiacciante (ricordiamo gli scatti delle Torri Gemelle), fissiamo il sentimento, fissiamo l’attimo, il momento. Oggi più che mai abbiamo migliorato la nostra esistenza perché forse quel fermo immagine, quel fermo istante ci può aiutare a ricordare, nel futuro, come eravamo, come erano i nostri nipoti, come erano i nostri genitori: belli o brutti non importa, ma quel che ci interessa di più è che l’immagine che ferma il sentimento ci aiuterà nel tempo moderno a ricordare anche dopo tanto tempo affetti e ricordi.

Attraverso il nuovo modo di fotografare la realtà e attraverso i fermi immagine forse noi potremmo continuare a sentire una scossa di giovinezza, una verità che ci fa fare un salto tra il vivere male e il vivere bene che ci allevia da esistenze penose e doloranti o da esistenze da vivere con coraggio, facendoci entrare in un clima completamente diverso. Tutti speriamo  in una solidarietà sociale che sia sostegno, stimolo psicologico, affettivo e amorevole: Ma solo attraverso le tenerezze familiari la vita, pur se  intangibile, continuerà a meritare di essere vissuta.

Queste mie considerazioni riguardano lo stesso tema scelto da papa Francesco per la 54^ giornata mondiale delle comunicazioni sociali che si celebrerà l’anno prossimo nel 2020 e che ha per titolo una frase rilevata da Esodo. 10.2 “Perché tu possa raccontare e fissare nella memoria. La vita “si fa storia”.  Vedete, in modo casuale stiamo proprio usando le stesse parole…

Nell’annuncio diffuso qualche giorno fa dalla Sala stampa Vaticana è scritto: “Con la scelta di questo tema, tratto da un passo del Libro dell’Esodo, Papa Francesco sottolinea come sia particolarmente prezioso, (nella comunicazione), il patrimonio della memoria”.

E continua: “Tante volte il Papa ha sottolineato che non c’è futuro senza radicamento nella storia vissuta. … Attraverso la memoria avviene la consegna di storie, speranze, sogni ed esperienze da una generazione ad un’altra”. E i nipoti ricorderanno con affetto i giorni belli trascorsi con i nonni.
Spero che le fotografie con i nostri nipoti non ci manchino mai!

… Così, guardandoci intorno,  girando un po’ il mondo, potremo nel nostro mondo incontrare sorrisi e sentimenti sbocciati, la sorpresa nel salutarci, nel rievocare contatti umani! per riuscire ad intenderci, per vivere al di là di linguaggi, costumi e tradizioni differenti, con uno sguardo attento anche alla multietnicità.
… Nonne e nonni  seguiranno i nipoti ancora teneri e poi, guardando il più piccolo,  già divenuto grande, lo ammireranno e si sentiranno orgogliosi, ma anche protetti…   “Sono il nonno di…”
…Attiveremo ricordi e pensieri vissuti nel silenzio, da leggere e interpretare, pur su volti immobili, eppure pieni di vita.
Ricordi e pensieri, già vissuti con altri occhi, si trasferiranno nel nostro sguardo contemporaneo per raccontarci una nostra più lunga storia e lasciarcela nel cuore…
… Ci faranno rivivere amicizie, più che mai essenziali, soprattutto quando altri legami saranno scomparsi; amicizie vissute lavorando, raccontandosi piccole cose di ogni giorno, ritrovando in un caffè o in una strada il senso di un incontro, per scambiarsi piccoli segreti e darsi piccole speranze…
… Ci ritroveremo a vivere  giornate intense, incantandoci di fronte alle bellezze della natura, quasi ad inseguire un sogno di speranza sempre vivo.
… Le foto di chi ci avrà preceduto ci indurranno a preghiere e linguaggi inusuali, sacrali e suggestivi, a riti antichi e sempre ripercorsi, riti che ci hanno accompagnato nel nostro lungo camminare, alla ricerca di purezze ritrovate. Riti legati alla nostra terra, riti dei giorni di festa, riti di alleanza, di mani che ti stringono forte e di abbracci che esprimeranno sempre gioia e festa, ma anche preghiere.
Condensando  “in progress” lo splendido rapporto affettivo-culturale nonni/nipoti e nipoti/nonni vorrei con Benjamin Franklin concludere queste mie riflessioni:


“Dimmi e io dimentico
Mostrami e io ricordo
Coinvolgimi e io imparo”

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